lunedì 18 agosto 2008

MARCO TAROZZI SU ACIDO (IL DOMANI DI BOLOGNA)

Marco Tarozzi, classe 1960, dopo una lunga collaborazione con il “Corriere dello Sport-Stadio”, ha lavorato alla rivista “Calcio 2000” ai tempi della direzione di Marino Bartoletti. Oggi è caposervizio e responsabile del settore sport del quotidiano “Il Domani di Bologna” e collabora all’edizione italiana della rivista "Runner’s World". A vent’anni correva sulle piste d’atletica (3000 in 8'39", 5000 in 14'54", maratona - l'unica della sua vita, a 21 anni - in 2:41:37). A quaranta ha oltrepassato l’oceano per la prima volta, per emozionarsi nei luoghi dei suoi miti: dall'Oregon di Steve Prefontaine al New England di Jack Kerouac. Ha pubblicato "I canestri della Sala Borsa, storia e gloria del basket bolognese del dopoguerra" (Minerva Edizioni, 2004), "La leggenda del Re Corridore - Vita breve di Steve Prefontaine" (Bradipolibri, 2006), "Semplicemente Magnifico - Vita tra i canestri di un gigante del basket italiano" (Minerva Edizioni, 2008). Ha vinto il premio letterario "Giovannino Guareschi" nel 1997. "Premio Coni-Ussi 2004" per il giornalismo sportivo bolognese, nel 2008 si è classificato terzo al concorso giornalistico nazionale "Le Ali del Pirata", promosso dalla Fondazione Pantani, dietro a Marco Pastonesi e Beppe Conti.


Amo l’atletica e ne faccio un noir
«In “Acido Lattico” c’è un po’ di me, ma un romanzo non è un diario»


Marco Tarozzi

Saverio Fattori vive a Molinella. Immerso nei colori e negli umori della Bassa, corre e scrive. Meglio: ha altre attività, tra cui quella che lo occupa “in una fabbrica padana” e gli assicura il salario. Ha certamente altri interessi. Ma una cosa è il lavoro, altra il mestiere. E noi, di Saverio, vogliamo raccontare il mestiere di scrivere, oltre a quella passione per la corsa e l'atletica che ne fa uno sportivo vero, praticante. Doveva succedere che le facesse incontrare, queste passioni forti. Doveva arrivare, dopo prove letterarie finissime (“Alienazioni Padane” e “Chi ha ucciso i Talk Talk”), un romanzo che si addentrasse nei meandri dell'atletica. Ora c'è, si chiama “Acido Lattico” e corre su una pista nera. C’è di mezzo un mezzofondista di alto livello, che coltiva il suo sogno olimpico con egoismo e sospetto verso il prossimo, con una pulsione irrefrenabile a cercare nelle riviste e nei libri d'atletica le storie di altrui fallimenti. Quando all’orizzonte si delineerà il suo, sarà allo stesso tempo un inizio di redenzione. C’è di mezzo, anche, una storia di scorciatoie farmacologiche proposte e accettate per arrivare al successo, di depressioni da illusione e abbandono. C’è di mezzo il suicidio di una giovane atleta che il protagonista ha appena approcciato nel magma incandescente della rete, e di cui pure si farà carico cercando ragioni, quasi indagando. Tutto questo per chiarire che “Acido Lattico” è un libro splendido e talvolta difficile da interpretare. Difficile, per dire, è pensare che Saverio Fattori, buon interprete dell'atletica (corre nella categoria Amatori con i colori del Celtic Druid Castenaso) con un personale di 15’40” sui 5000 e un’agenda piena di impegni agonistici, almeno una cinquantina di gare all'anno tra corse su strada e prove in pista, abbia messo qualcosa di veramente suo in quel Claudio Seregni che riempie con le sue paranoie le pagine del romanzo. A meno che, come spesso succede con le passioni, non si tratti di una versione del classico rapporto di amore-odio.
«Io affido sempre una parte di me al mio io narrante», spiega sorridendo Fattori. «Il fatto è che poi lo lascio andare alla deriva, e la storia diventa sua. Il gioco è questo: non fare dei diari, ma neppure delle sceneggiature. Cercare un linguaggio che non sia troppo sterile, ma nemmeno troppo intimista. Cerco di scrivere su questi binari: mai ombelicale, mai distaccato da quello che racconto. L’atletica c'entra, naturalmente. È una parte della mia vita. Ho iniziato a correre ancora bambino, a nove anni, e ho smesso a quattordici per poi riprendere a ventiquattro e non smettere più. Ho corso da piccolo, poi da amatore evoluto. E nel libro in qualche modo ho riempito lo spazio che non ho vissuto, atleticamente parlando. In questo senso si può dire che non sia assolutamente autobiografico: ho scavato negli anni che mi mancano, nella vita che non ho vissuto. Il mio protagonista è stato forte anche da junior, io non lo sono mai stato. Però ho una base discreta: storicamente ho visto nascere il podismo nella mia terra, e quando ho ripreso ne ho vissuto uno dei momenti più esaltanti. Però, quando si è trattato di costruire il personaggio, l'ho scelto più forte di me, dal punto di vista dei risultati. Già che c’ero...»
Un’ora di corsa al giorno è un sacrificio che si fa ancora volentieri. Saverio Fattori quello spazio continua a trovarlo, a ritagliarselo. Della corsa ha imparato a conoscere bene virtù e vizi. «La amo, certo. Ma spesso mi capita di analizzarla con un po’ di cattiveria. Mi dà fastidio quell’esasperato buonismo che aleggia intorno alla disciplina. Diciamolo: correre è fatica. E non mi piacciono certi tic tipici dell’ambiente, le giustificazioni pre-gara, il mettere avanti le mani, quelli che dicono “oggi mi metto il numero ma non tiro...”. Sì, l’ambiente credo di conoscerlo bene. Anche se, lo ripeto, un romanzo va da sè, e io quando scrivo mi metto in gioco solo fino a un certo punto».
C’è un altro aspetto che nel suo romanzo Fattori descrive “da fuori”, ma mostrando conoscenza del problema: l’ombra del doping sull’atletica. «Ci ho lavorato prendendo come testo di riferimento il libro di Carlo Donati “Campioni senza valore”. E assorbendo i racconti di un culturista che ho conosciuto, uno che parlava di “roba fredda” rapportandosi alle sostanze stimolanti. Come mi pongo di fronte al problema? Non sono nè inconsapevole, nè colluso. Non ho fatto un libro da cittadino indignato, nè un diario sul doping. D’altra parte faccio romanzi, non sono un giornalista e non pretendo di fare inchieste. Mi metto nella prospettiva di uno che si dopa, ma lo faccio tenendo la giusta distanza per cercare di capire».
Claudio Seregni è un personaggio freddo, chiuso in sè stesso, ma in fondo all’opera di Fattori trova una chiave per cambiarsi la vita. «Quando inizia a farsi domande, diventa meno forte come atleta, ma allo stesso tempo diventa più umano. L’atleta, ad alto livello, deve essere impermeabile. Alla depressione, ai cambi d’umore, agli imprevisti. Il mio protagonista all’inizio è un atleta quasi di vertice, alla fine ha una chance per imparare a vivere. Se in “Acido Lattico” si cerca una chiave di ottimismo, forse è questa».
Le domande, d’altra parte, continua a farsele anche Saverio Fattori. L’atleta, il runner. «Tantissime. Perché continuo a correre, ad allenarmi? Ma ho scelto di tenermi sempre un’ora della giornata per l‘atletica. Non cambierò idea».


Il romanzo di Fattori
Quando l’atleta si fa domande

Claudio Seregni è un mezzofondista di vertice nel pieno della maturità atletica. Razzista per terrore del diverso, fidanzato per noia, vive la corsa come un mondo in cui proteggersi da quello fuori. Lo ossessionano i fallimenti, e passa il tempo libero cercando quelli altrui, “collezionando” su internet o su vecchie riviste le storie di promesse non mantenute dell’atletica. Sogna una chiamata olimpica e un approccio definitivo al professionismo. Per agguantarli rinuncia a qualsiasi etica, iniziando a sperimentare nuove combinazioni farmacologiche che lo fanno correre meglio e vivere peggio. Chattando in internet si imbatte in Clara, giovane promessa non mantenuta del mezzofondo passata a studi umanistici. Scopre di avere con lei molte affinità. Decide di conoscerla, ma prima di incontrarsi Clara si toglie la vita. Quasi senza accorgersene, ma drasticamente, Claudio alza la testa. Comincia a farsi domande mentre corre. E a perdere terreno in pista.
ACIDO LATTICO - di Saverio Fattori - Gaffi Editore - 180 pagine - 11 euro


(“Il Domani di Bologna”, domenica 10 agosto 2008)

1 Commenti:

Blogger Factory ha detto...

Marco ha dei personali che mi fanno invidia. Solo che lui è uscito dal tunnel della dipendenza da performance. Io non riesco a smettere. A parte questo ha capito il libro. La prima cosa che mi ha chesto nell'intervista telefonica è stata: MA TU QUESTO SPORT LO AMI O LO ODI?
Marco ha un blog fantastico. Performante ma molto umano.

http://oldtaroz-fuoricatalogo.blogspot.com/

18 agosto 2008 21:09  

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