sabato 26 luglio 2008

MASSIMILIANO FERRARI SU ACIDO

Aspettavo Saverio Fattori al varco del terzo romanzo. Dopo aver percorso salite sfiancanti, rettilinei a perdita d’occhio e tirate finali da mozzare il fiato, lo aspettavo alla terza prova, il kilometro finale dove potesse emergere finalmente dal gruppo o scivolare nelle retrovie. Acido Lattico, il suo terzo romanzo uscito per Gaffi Editore, premia le attese, l’impazienza con la quale, appena avuto tra le mani il libro, ho iniziato a leggerlo, a sfogliarne le pagine, ad annusare compulsivo la carta. Manie di un lettore maniaco. Tutti bene o male abbiamo praticato qualche attività sportiva durante la vita, soprattutto in giovane età. Qui da noi va per la maggiore il calcio, gli avanzi se li dividono moto e auto, sport per modo di dire, le briciole finiscono alla pallavolo, nuoto, basket, tennis e pochi altri sopravvissuti allo strapotere del pallone. Tutti noi abbiamo covato vaghe e confuse speranze di emergere nello sport praticato. Desideri sottopelle di eccellere, istinto di superare gli avversari, di trionfare, di emergere dal piattume dilettantistico. Il romanzo di Saverio non parla di pallonari in pantaloncini e Cayenne, di divinità scolpite della piscina o di piloti romagnoli dalla battuta sempre pronta. No, Saverio ci fa entrare nel girone infernale dell’atletica leggera, attività sportiva spesso relegata in trafiletti di fondo delle pagine sportive, il giro di soldi è esiguo, le reti televisive se ne fregano, e solo quando ci sono i grandi appuntamenti, vedi Olimpiadi di Pechino, l’interesse rinasce, tutti si scoprono corridori esperti, maratoneti dalla preparazione ferrea e dall’alimentazione sana. La storia di Acido lattico è quella di Claudio Seregni, ventottenne corridore, mezzofondista, tempi buoni ma ancora lontani da prestazioni internazionali, una promessa forse bruciata, un ragazzo già vecchio per uno sport che non fa sconti, arrivato ben presto ad un bivio: o sfonda o è un rottame vecchio, da riciclare solo per campestri non competitive in anonimi borghi padani. L’obiettivo di una carriera è quello di far parte della spedizione olimpica in Cina. Seregni si fa anche tatuare sul deltoide il logo di Pechino 2008, un segno d’auspicio che forse servirà a poco. È difficile fare il salto di qualità, aspirare a traguardi importanti, centrare il capolavoro della vita, il risultato perfetto, senza ricorrere ad un aiuto farmacologico, alla chimica degli stregoni. Claudio lo sa bene,l’ossessione del fallimento lo perseguita, non potrà rinunciare al passaggio obbligato in ambulatori medici, alle iniezioni sottocutanee, agli ormoni della crescita, agli steroidi, a stimolanti vari, al testosterone sparato in vena. Nessun moralismo per cortesia, i benpensanti se la piglino nel culo e ripongano il libro da dove l’hanno preso. Fattori è chiaro, tutto questo potrebbe essere una favola ma senza il bene né il male, senza buoni e cattivi. In questo romanzo non ci sono zone di buio e zone di luce, non c’è redenzione finale, pentimenti, lacrime, abbracci riparatori. Niente di tutto questo, perché nessuno è colpevole o meglio lo sono tutti, indistintamente, quindi le categorie etiche semplicemente si annullano in un caotico vortice che travolge ogni cosa. Claudio Seregni che è un personaggio sgradevole lo si capisce subito. Razzista, cinico, egoista, per lui esiste solo la corsa. È la sua ossessione. Ha costruito la sua esistenza su questo elemento insostituibile, nessuna variabile è possibile, nessun agente esterno è consentito. Tre allenamenti al giorno, sedute in palestra, dieta controllata al grammo, fidanzata inebetita dalla tv che non si mette in mezzo. Questa la sua vita. Una esistenza votata ad uno sport duro, che si prende tutto: giovinezze spese su piste di tartan, niente corse in motorino, niente bevute spacca fegato, niente sigarette rubate dalla pacchetto della zia. Dedizione, impegno, sofferenza sono le tre virtù teologali dell’atletica. In cambio di cosa? Bè se talento, DNA e chimica formano un triade miscelata al punto giusto si può compiere il piccolo capolavoro necessario. L’unica, blanda valvola di sfogo della sua esistenza diventa collezionare foto e ritagli di giornale, fermi immagine di infortuni di altri atleti, rottura di tendini, strappi muscolari che mettono la parola fine dopo i titoli di coda di carriere promettenti. Gli atleti, sembra dirci Fattori, sono creature fragili, merce deperibile, esposta all’usura di allenamenti sfiancanti, uova gettate contro il muro, che nove volte su dieci si romperanno, quella rimasta diventerà un gioiello atletico. Il doping nel libro pervade ogni pagina, s’insinua fra le frasi, in mezzo alle parole. Gh, Epo, Testosterone, auto emotrasfusione, steroidi. Parole sconosciute, forse orecchiate in qualche tg sport, rappresentano la norma, non c’è spazio per moralismi da oratorio o tirate di qualche medico adiposo da tribune televisive che denuncia pratiche sportive dannose e elogia sport all’aria aperta, vita sana per raggiungere risultati sportivi eccellenti. Fattori non vuole denunciare niente, Claudio Seregni non è l’orco cattivo da additare, tutto questo è la normalità, nessuno si scandalizzi ma le cose vanno così. Non si ottengono risultati sportivi da medaglia d’oro senza bombarsi, senza piantarsi in vena sostanze che fanno volare. Fattori giunto al suo terzo romanzo, dopo Alienazione padane e Chi ha ucciso i Talk Talk?, scrive un romanzo complesso, piani diversi si intersecano, descritto come un noir Acido lattico rompe gli argini, straborda, l’ho già scritto, i romanzi di Fattori non sono creature mansuete da rinchiudere in qualche gabbia concettuale. Alla minima distrazione tirano fuori gli artigli, aggrediscono al collo il lettore, ghermiscono arterie e lanciano impulsi al cervello. Non si esce puliti dalla lettura di questo romanzo, Seregni è un personaggio disturbante, non un mostro ma un fantoccio fatto di normalità, di difetti piccolo-borghesi, di alienazioni, di gesti quotidiani fascisti nella loro arroganza ed egocentrismo. Non specchiamoci troppo dentro questo ragazzo. Ho la sensazione che qualcuno avrà sensazioni di deja-vù. Pensate a questo romanzo quindi quando correrete la vostra campestre, quando spenderete mille euro in qualche agenzia viaggi per correre i 42 km di New York, quando quest’estate vi gusterete le gare d’atletica in tv, quando vedrete sfrecciare frecce nere, atleti con fasce muscolari marmoree, nervi e vene che esplodono, pensate al nostro Claudio Seregni e non preoccupatevi tanto è solo un romanzo

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1 Commenti:

Blogger Factory ha detto...

Massimiliano ha capito l'inferno della perfezione inutile. è la cosa più bella essere capiti. quando scrivo vado per ossessioni. Non per intuizioni. Non per strategie. niente post-it alle pareti con le variabili di trama. Massimo rispetto per chi lo fa. Io faccio altro. E' una presunzione antipatica la mia, una pseudo-onestà intelletuale che potrebbe non pagare. Potrebbe dare testi totalmente fuori controllo. Ma miracolosamente un filo logico si insinua. Anche se io non lo vorrei.

26 luglio 2008 01:44  

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