lunedì 14 luglio 2008

ACIDO LATTICO?

Acido Lattico è un romanzo noir d'ambiente sportivo: indaga il mistero di un suicidio e la faccia oscura dello sport professionistico. L'atletica leggera a livelli d'eccellenza è preparazione estenuante e dedizione assoluta. L'io narrante è una brutta persona: razzista, cinico, ossessionato dalla paura dell'insuccesso. Per esorcizzarla colleziona schede di giovani talenti perduti o martoriati da infortuni. E' una specie di psicopatico con un'esistenza tetra e variabili minime. Finchè si imbatte in Clara, promessa dispersa del mezzofondo: il suo fantasma personale. Per sopportare nuovi carichi di lavoro, sognando le Olimpiadi, Claudio Seregni supererà ogni remora etica. Nè moralismo, nè reportage. L'atleta è vittima, non carnefice. Il doping è trasformazione del corpo. La performance atletica, l'utopia della perfezione.

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4 Commenti:

Blogger Mario ha detto...

Ho letto "Acido lattico" piuttosto velocemente: la scrittura scorrevole e soprattutto la trama agevolano molto la lettura, e la voglia di conoscere come finirà l'evoluzione/involuzione di Claudio Seregni si fa' sempre più forte. Nel mio caso ha superato e di molto la curiosità di scoprire la vera storia di Clara.

E' proprio il percorso personale del protagonista - a mio parere - a catturare il lettore, e il sapere le motivazioni del suicidio di Clara credo sia una naturale conseguenza di questa curiosità.

Sebbene sia stato definito un noir, ma a parer mio del noir ha ben poco (e non è che sia un male, anzi!). Vero, c'è il morto, ma credo sia l'unico parametro corrispondente al genere.

Sicuramente lo stile denota una cera continuità con quello di "Alienazioni padane" e certe paranoie e fisime di Claudio ricordano quelle di Alex. Però la scrittura si è fatta decisamente più pulita e consapevole, aiutata anche da un buon lavoro di editing.

15 luglio 2008 09:15  
Blogger monica mazzitelli ha detto...

La grandezza di questo romanzo, che mi ha profondamente emozionata e scossa, è nella potenza con cui riesci a descrivere due cose veramente importanti.
La prima è il fenomeno della (tossico)dipendenza dalle sostanze dopanti, qualcosa di cui bisogna davvero parlare così come fai tu, dall’interno, facendo sentire quanto il meccanismo sia pervasivo, quanto sia indispensabile, ineliminabile dalle pratiche sportive non amatoriali, di quanta violenza psichica e fisica implichi, quanta rovina e sconquasso porti con sé. È potentissimo il modo in cui rendi le sensazioni fisiche di perdita di controllo su se stessi, dell’artificiosità e l’alterazione dello stato non solo corporeo ma anche emotivo. Stupenda – e paurosa! - la capacità di descrizione del mondo sportivo adolescenziale, manipolabile, fragile, insicuro. Perfettamente giusta e femminile la non-descrizione dell’anoressia, pochi tratti molto equilibrati che restituiscono con sensibilità il dolore interiore della corporeità femminile strozzata dal bisogno di adeguarsi a un modello (che qui sia quello sportivo e non una velina è poco importante).
Il secondo aspetto del tuo romanzo, che è altrettanto magistrale se non quasi di più, è come questo squarcio di esperienza, questo re finalmente nudo, diventi in modo così palese una metafora gigantesca e potentissima di un mondo – TUTTO il mondo – che è totalmente, stolidamente, inconsapevolmente dopato. Qui si parla davvero della nostra società, dei nostri costumi, delle coercizioni a cui siamo sottoposti, della mediocrità intellettiva a cui veniamo costretti per essere e per sempre restare solo dei consumatori. La metafora è perfetta: non vai bene come sei, per andare bene non puoi essere tu, devi essere non qualcun altro ma qualcos’altro. Qualcosa che non hai, che devi acquistare, cioè più sottilmente comprare.
Ecco, quello che voglio dall’arte è questo: che aggiunga qualcosa alla mia conoscenza, consapevolezza del mondo, e questo romanzo lo fa DAVVERO; che parli finalmente di cose che mi riguardano, al mio presente. Questo lavoro è attualissimo, fondamentale, bisogna che lo legga un sacco di gente e che ci rifletta, che a bordo di questo treno di bestiame da macello qualcuno trovi un cazzo di freno di emergenza e si decida a tirarlo subito.
La scrittura poi è davvero ottima, matura come non è mai stata ma sempre ricca e fattoriana, così come l’architettura della storia, che ha perso l’esigenza della furbizia di tenere il lettore appeso a scoprire l’assassino, regalandoglielo però magnificamente nel finale…

Bravo Saverio.

15 luglio 2008 09:46  
Blogger Anna Luisa ha detto...

Ciao Saverio! Visto che questo è il tuo primo blog, per ora passo velocemente di qui per augurarti un buon inizio.

In bocca al lupo, per il blog e per il romanzo!

Anna Luisa

15 luglio 2008 13:37  
Blogger Factory ha detto...

x Mario... penso invece che noir lo sia. Nel senso di "umore noir", di inclinazione al peggio che riserva la complessità della natura umana. Trovo certe parti che parlano di talenti perduti più agghiaccianti di certi squartamenti inutili. Il mio io narrante è sempre riconoscibile. Difficile dire quanto sia un difetto o un pregio. Sembra un marchio.

x Monica. Sono scosso dalle tue parole. L'accostamento atletica - tossico pare ardito. Non lo è. Non solo perchè usano sostanze fuori legge. Acido è un libro sull'IDENTITA', ovvero sugli OBBIETIVI che la determinano. Il tossico ha un'identità ben precisa e un'esigenza che dà un senso ( il peggiore ) a un'esistenza, giorno per giorno. Claudio Seregni non è un tossico ma ha un sola identità, nessuna vita di scorta. Per il resto grazie...

15 luglio 2008 18:01  

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