mercoledì 7 gennaio 2009

DANGEROUS FITNESS SU ACIDO (Paolo Evangelista)

Ho letto moltissimi libri sulla Prima Guerra Mondiale, sulla Seconda, sulla campagna di Russia, sulla battaglia di Stalingrado, sullo sbarco in Normandia. Sono attratto dalle storie dove il corpo umano è sottoposto a torture inenarrabili, fisiche e psicologiche, e malgrado tutto continua ad andare avanti. Contro il clima, contro le macchine, contro le logiche illogiche.
Uno dei miei libri preferiti è “Niente di nuovo sul Fronte Occidentale”, scritto nel 1924. Una condanna della Guerra senza rabbia, polemica, retorica. Solo con la tristezza e la malinconia, nei racconti di questi ragazzi di 20 anni. Adoro questo tipo di libri, non urlati, saccenti, con valanghe di dati sparati a raffiche da primo della classe ma introspettivi e allo stesso tempo descrittivi di situazioni oggettive.
Consiglio a tutti la lettura, specialmente a coloro che alla soglia dei trenta ancora non sanno cosa vogliono fare da grandi e sono depressi, piccinini.
Ah… il protagonista muore nell’ultima pagina ah ah ah
(Paolo, sei il solito stronzo di merda – cit. mia moglie quando le leggo ad alta voce il finale dell’ultima pagina del giallo che sta leggendo)
Internet è fantastica, devo proprio dirlo. Permette di linkare persone che mai sarebbero entrate in contatto. Conosco Saverio su Facebook, ci scambiamo un po’ di e-mail, mi parla di un suo libro.
Perciò, il 5 Gennaio ho fra le mani Acido Lattico, di Saverio Fattori, collana I Sassi, Gaffi Editore. Ho letto le recensioni positive di questo libro che è un giallo ambientato nel mondo del mezzofondo, con le sue storture e il suo doping. Apro il pacco e divoro, come faccio di solito, l’introduzione. L’identificazione, per me che ho corso dai 15 ai 23, è immediata.
“L’atletica è globale da sempre, multietnica dal 1968. Si parla tutti nel mondo una stessa lingua di numeri, che non ammette opinione. Non si può disquisire di Maradona che è meglio di Pelè. Non si può fare lo scienziato da bar. I numeri significano maggiore o minore, più qualche cosa, più di qualcuno, sempre.”
Ah… mi emoziono, mi sbraco, mi lascio andare. Un discorso in sintonia con il mio modo di pensare, che devo regolarmente frenare oramai da anni dato che sono da troppo tempo immerso nella filosofia delle palestre, dove questi discorsi sono incomprensibili, dove non c’è confronto, dove basta impegnarsi per avere la pacca sulle spalle, e chiunque ottenga qualcosa, qualsiasi cosa che sia una variazione del suo stato di forma reclama l’”essere migliorato” e pensa di aver capito come funzionano le cose, diventando un “esperto” saccente. La palestra, con le sue incomprensibili teorie del cazzo, cicliche come le mode, che hanno ragione di esistere sulla mediocrità delle prestazioni che si vedono in giro.
Questo è il concetto di sport che a me piace: la prestazione qualifica, non esistono i quasi goal o le moviole su cui passare i pomeriggi al bar. Io faccio 10, tu fai 9, io vinco, tu perdi. Fine dei giochi.
Lo so, sono il solito stronzo, settario, ci manca solo che dica che le donne debbano stare a casa a cucinare al maschio. Però nel mio retrocranio, è così. Badate bene: uso il termine “palestra”, come finezza distintiva.
Inizio a leggere il libro, mi prende. Lo scolo tutto di un fiato, dalle sette di sera all’una di notte. Micidiale, devo dire, micidiale.
Viene raccontata la storia di Claudio Seregni (o, come nel libro, dell’atleta Seregni Claudio), classe 1980, specialità 5000 metri, dall’età di 16 anni due allenamenti al giorno, nella rosa dei nomi selezionati per Pechino 2008.
Claudio, un atleta molto forte ma non fortissimo, il primo dei bianchi a ridosso degli atleti di colore dell’Africa selvaggia. Non potendo competere con le sue doti, si affida al potenziamento farmacologico, ai tecnici ammanigliati con il doping, ai dottori borderline che somministrano le medicine. Uno spaccato dell’atletica competitiva, dove il doping è padrone. Ma parlare di doping sarebbe semplicemente riduttivo di questo personaggio che incarna il perfetto profilo dell’atleta competitivo: cinico, deciso, narcisista, ossessivo, egoista, asociale.
Questo è un libro scritto da chi l’Atletica la conosce, l’ha vissuta e la vive. Non si può leggere o ascoltare le esperienze altrui e scrivere di queste cose, forse di una parte, ma c’è molto di vissuto in questo libro. Allo stesso tempo, è pienamente comprensibile da chi l’Atletica l’ha a sua volta vissuta, l’Atletica o uno sport competitivo individuale.
Solo chi è “atleta” può capire gli attacchi al vetriolo alle competizioni per gente vecchia che vuole sentirsi giovane, solo chi è “atleta” può capire quanto la meschinità di Claudio Seregni sia reale, vera, il suo snobismo, il suo elitarismo, il suo senso di onnipotenza e di superiorità. Perché gli “atleti” sono così.
Dice: “Non essere esposti in vetrina con atleti competitivi a Pechino significa sparire nei fondi di magazzino. E’ l’ultima occasione che la grande industria delle sponsorizzazioni dà all’atletica mondiale. Le televisioni private e pubbliche del nostro paese stanno pensando di mollare l’atletica, il nuoto è la specialità individuale emergente. Ragazzi bianchi che vincono medaglie e sono esteticamente presentabili. Alcuni sfilano nelle passerelle della moda o posano per servizi fotografici su riviste glamour. Si fidanzano con donne del mondo dello spettacolo.”
Questo può far male a chi ancora pensa a De Coubertain e all’importanza di partecipare. Ma il punto è proprio questo qua: l’europeo e a maggior ragione l’italiano non si identifica nei campioni di colore, non li riconosce. Razzismo? Forse, ma non è vero che il nuoto ci ha regalato un sacco di personaggi da gossip? Gossip proposto dai media, gossip accolto dai fruitori dei media.
I frequentatori delle palestre hanno nel doping la tentazione di Satana e il doping è sempre sulla bocca di tutti. L’ambiente è pieno di esperti, di guru, di gente che perché ha fatto due cicli e gli è andata bene pensa di aver capito tutto. Bene. La realtà è che il doping culturistico è roba da dilettanti, da gente ottusa, da coglioni senza scopo, disorganizzato come sono senza organizzazione quelli che lo usano.
Qua si parla del doping dei babbi, quello che si racconta quando i bambini vanno a letto. Nemmeno del doping delle società sportive, quelle che organizzano, sanno e poi quando qualcuno viene scoperto, negano. Qua si parla del doping federale, quello di Stato.
Giulio: “quello che è sicuro è che i cani sciolti vengono beccati, meglio agire con la benedizione federale. Niente alchimisti improvvisati, buoni per i triatleti e culturisti. In Federazione qualcosa si sta muovendo. Si prevede che nei prossimi anni la flessione del calcio sarà inevitabile. Si apriranno prospettive. Anche economiche. Dobbiamo essere pronti. Non possiamo farci fottere da roba tipo basket o altri sport per subnormali. Il nuoto ci sta superando, ma se torneranno le medaglie nell’atletica la gente si renderà di nuovo conto che seguire gli spruzzi e la schiuma di otto corsie è una noia.”
Questa non è Teoria del Complotto, ma la semplice verità: quando è necessario raccattare medaglie, allora qualunque mezzo è lecito. E nessuno viene scoperto. Non solo, le cose vengono fatte in grande. Giulio è il tecnico che contatta Claudio per un “protocollo”, ma Claudio diviene parte di un esperimento, di uno studio dove gli vengono somministrati prodotti, poi placebo per vedere l’effetto sulle prestazioni. Claudio diventa una pedina sacrificabile di un gioco più grande di lui, dove i suoi sogni vengono usati per recuperare informazioni.
Fantascienza? Il libro cita molto spesso Campioni senza valore, un famosissimo libro degli anni ’80 di Donati, un tecnico del CONI che fu messo da parte per aver iniziato una battaglia contro il doping in maniera molto circostanziata. Quello che oggi appare come una novità è la semplice diffusione alle masse di tecniche e farmaci che in quel periodo arrivarono da noi da oltrecortina, e furono studiati sulla pelle di tanti atleti.
Ho avuto il piacere di essere allenato da Donati, una volta che lui accettò una seduta per un mio amico, ostacolista della Nazionale. Furono due ore illuminanti in cui capii il concetto di “qualità”, mi ricordo ancora di quelle parole perché posso testimoniare che ogni volta che la “qualità” è scaduta per far posto alla “quantità”… mi sono fatto male. Ma questo è un altro film. Mi ricordo invece delle casse piene del libro che era appena uscito, che il mio allenatore comprò e mi prestò. Peccato non averne adesso una copia… all’epoca, un ragazzino di 19-20 anni, fui stupefatto ma allora non compresi la portata di questo piccolo libretto.
Il doping federale è il peggiore, perché fa male di brutto, perché l’omertà è imperante, perché se parli sei fuori, perché i dosaggi sono sicuramente più controllati rispetto alle cagate che circolano in palestra ma il materiale umano è ben differente: un atleta è come una formula uno che sfreccia in pista, non come un trattore che ara la terra.
Prendete un trattore e il suo tranquillo contadino, piazzateci sopra il motore del Columbia. Magari non parte nemmeno, oppure parte e si ribalta ai lati del campo, oppure fa qualche metro e poi il contadino dirà “wow, fantastico”. Risultati, oppure danni. Ma risultati mediocri e danni riparabili.
Prendete una formula uno e il suo pilota, e piazzateci lo stesso motore. La macchina girerà in pista con prestazioni devastanti, inimmaginabili. Ma se qualcosa va storto, si polverizza. Questo è il concetto.
Lo so che fa male, lo so che sono settario, lo so che sono una testadic. Ma questo è difficile da capire a chi ha solo frequentato la palestra, con il suo narcisismo, con la sua retorica della sofferenza e i suoi terrori per il superallenamento.
Un mezzofondista fa due allenamenti al giorno, 150-180Km a settimana, si sottopone a torture inumane, con protocolli scientifici basati su esperienze e studi. Tortura pianificata settimanalmente, crudeltà perpetrata di mesociclo in mesociclo. I carichi di lavoro sono immensi, il doping è una logica conseguenza.
In tutto questo c’è chi vorrebbe credere che gli atleti siano usati, o siano all’oscuro, o siano costretti. Me lo sono chiesto anche io, spesso. In fondo, si può sempre dire di no… Oppure sono degli immorali, attaccati al denaro, e uccidono gli ideali di lealtà sportiva. Non so cosa sia meglio, se essere considerato un deficiente che prende pasticche senza sapere cosa siano, un coglione pavido che è succube di qualcuno o uno stronzo che vuole barare.
Claudio: “o ti distruggi o diventi un fuoriclasse. Condivido questa filosofia. Uova tirate al muro, quelle che non si rompono schiudono pulcini di campioni. Il resto, frittata. Inutile ingrossare la massa dei perdenti nelle stracittadine o nella maratona di New York. A 350 euro a pettorale. Pecore indottrinate da una vaga idea di salutismo e competizione con se stessi che finiscono nelle mani dei tour operator. Le maratone di tutto il mondo sono intasate da commercialisti e impiegati di banca. Uniscono la competizione alla vacanza. Una parte di questi colletti bianchi con esigenze agonistiche è stata assorbita dal triathlon, il festival della mediocrità. Faccio tre cose perché una non mi riesce bene.”
Claudio: “il vero sport non è figlio di entusiasmi postdatati per professionisti di mezz’età affetti da edonismo. Deve crescere, formarsi dalle categorie giovanili, almeno dai 16 anni ed evolvere gradualmente”
Claudio: “è profondamente ingiusto che un atleta si ammali. Il suo organismo ha retto e riprodotto prestazioni fuori della norma e non può cedere minato dagli stessi agenti patogeni che debilitano l’umanità media. Quella che si limita alla via dell’ufficio, quella che si ingozza negli agriturismi o che si accende sigarette a ripetizione fra un drink e l’altro. E’ naturale che questi cedano il passo. E’ giusto.”
E’ qua che entra in gioco la psicologia del personaggio, ed è qua che il libro dà il meglio di se. L’atleta forte è fatto così. E’ questa la sua psicologia.
L’atleta sa di essere forte, sa di essere migliore degli altri, delle masse. Nell’atletica come in tutti gli altri sport. E’ così preso da se stesso, dal suo progetto, dai suoi sogni che nulla altro importa. Il fuoco si accende dentro di lui, e inizia a bruciare, sempre più, ardendo e carbonizzando dall’interno tutto quello che trova. E’ il fuoco della determinazione ad ottenere quello che si vuole, e il doping è un semplice mezzo per superare i limiti imposti dalla Natura.
Claudio: “Uso sostanze che l’antidoping nemmeno cerca. Uso sostanze per recuperare sforzi massacranti, sposto in avanti i limiti del mio organismo. L’espressione che più detesto è vado contro natura. L’adattamento all’usura organica aumenta la parte liquida del sangue e ammazza i globuli rossi. L’Epo ristabilisce il numero dei globuli rossi, visto che la Natura lasciata da sola fa cazzate, avara com’è. Gli atleti che corrono al mio stesso livello usano gli stessi prodotti, la posologia varia a seconda della tolleranza individuale e del peso corporeo.”
C’è un momento nella carriera di qualsiasi atleta in cui viene presa LA decisione. Dopo, forse, nel tempo, insorgerà l’impossibilità a smettere, la dipendenza, l’essere usato, il non poter uscire. Ma c’è un momento in cui è proprio l’atleta che vuole passare ai farmaci. E sono convinto che sia un momento ben identificabile, al giorno. E’ lì che l’atleta si rende complice, ed è lì che può essere usato.
Claudio: “Se nel passaggio dalla mediocrità all’eccellenza è imprescindibile l’uso delle sostanze proibite, allora sono tutti gestibili, controllabili, ricattabili. E soprattutto intercambiabili, considerando che il talento individuale non è la componente essenziale che fa la differenza.”
Giulio: “Abbiamo fiale del tuo sangue. Le tiene il doctor nel frigorifero del suo studio. Vuoi che qualche fiala finisca nella commissione antidoping? Mi basta una telefonata. Non è una cosa simpatica la squalifica, è una bella sputtanata. Non reggete la pressione.”
Quella che accade a Claudio è una trasformazione tipica degli atleti che usano questa roba: i farmaci diventano centrali. Perciò quando mancano i prodotti si ricorre a figure oscure assimilabili a pusher oppure quando gli effetti scemano si va dal doctor che incarna bene la figura del medico nero, stregone di queste cose. Mitica la descrizione in sala d’aspetto del culturista e dei due ragazzini probabili ciclisti con il preparatore, che aspettano i benefici chimici del medico. Mitici i dialoghi con il doctor, un “preparatore” di triatleti e di ultramaratoneti.
Claudio: “ho visto le foto alla parete. Lei è specializzato in sport estremi per gente mediocre. L’atletica tradizionale è quanto di più estremo. La concorrenza sulle distanze classiche del mezzofondo è spietata. Gli ironman e le ultremaratone al confronto sono cazzate. Il capolavoro è emergere su distanze normali corse a livelli altissimi”.
Lo snobismo è imperante ma, in fondo, non posso che associarmi. Il paragrafo è assolutamente perfetto. Voglio essere settario anche io: gli sport estremi sono pieni di gente che inizia a praticarli da vecchi, non da giovani. Persone che senza le bombe sarebbero tagliate fuori da qualsiasi speranza, persone che intraprendono sport di moda sufficientemente nuovi da non avere un passato di tempi e di riferimenti, per evitare di sentirsi troppo mediocri. Meglio correre nel deserto per giorni e giorni e credere di essere degli eroi che comprendere, una domenica qualsiasi ad una mezza maratona qualsiasi, di essere un qualsiasi tapascione senza né arte né parte.
Claudio affonda nel doping, ne diventa schiavo, ma non c’è giudizio morale negativo in tutto questo. Trovarlo a forza sarebbe mettere in bocca all’autore quello che non ha detto. Il doping è semplicemente un mezzo per ottenere quello che si vuole. Il doping è amorale, come lo è il personaggio che non si pone nemmeno il problema del “bene” e del “male”. Mi fa spavento, ma posso comprendere benissimo il punto di vista, posso sentire il fuoco che anima la scelta. Di fatto, me lo conceda, la descrizione del mondo connesso ai farmaci non è delle più sane, sia fisicamente che psichicamente.
Ma il personaggio di Claudio, come detto, è ben più complesso. Colleziona, come i serial killer, ritagli di atleti che erano delle speranze, delle promesse, dei buoni atleti e che non hanno ottenuto nulla. Mette insieme i tasselli delle informazioni raccattate sulla Rete, ricostruisce le loro storie, affascinato ma anche esorcizzando la mediocrità del divenire di queste persone. Un pazzo, che viene lasciato da una fidanzata che serviva solo come tappezzeria, scelta anonima a sufficienza per non distrarlo dagli allenamenti.
Con i dati che trova ricostruisce le storie, unisce i puntini, immagina, improvvisa. Ne viene fuori una narrazione che a me è sempre piaciuta, stile i fumetti di Dylan Dog scritti da Sclavi, quelli con le poesie sulla Morte, centrati su “chissà se in quella foto avrebbe pensato che fra 10 anni…”. Il tempo che passa, i sogni che si trasformano. Non ho controllato la veridicità delle storie, ma quella di Sabia la conoscevo, un atleta troppo forte per i suoi tendini, che si infortunava sempre appena iniziava ad andare forte.
Il motivo è sempre lo stesso: saranno diventati dei mediocri? Degli insoddisfatti? Gente che si alza si reca senza scopo verso un lavoro grigio, per tornare la sera a casa, nuovamente senza scopo?
Poi, scopre Clara, promessa sedicenne del mezzofondo, lo colpisce, lo affascina, la ritrova in Rete, le scrive. E… e basta. Comprate il libro. Oppure fidatevi se vi dico che l’assassino è il maggiordomo.
Le storie che Claudio ricerca sono tutte di fine anni ’80, inizio anni ’90. Il periodo in cui io correvo. Mi sento chiamato in giudizio. Perciò, l’autore mi conceda questo:
Mail from: Paolo Evangelista To: Seregni Claudio
Ciao Claudio, devo dire che sono rimasto sorpreso della tua mail dove mi chiedevi perché io, con 10”4 sui 100 metri, non abbia continuato ad allenarmi.
Ho visto che mi hai mandato le classifiche regionali Toscane dove ero primo da Junior e da Senior, hai ritrovato anche i risultati dei Campionati Toscani che ho vinto, e la graduatoria dove il mio 10”63 era un decente risultato.
Sai anche tu che questi tempi, pur essendo buoni, non sono ottimi. Avrei potuto fare di meglio o mi sono arreso alle mie mediocrità? Un atleta del tuo livello di sicuro opterà per la seconda ipotesi. Infatti oggi faccio l’ingegnere-impiegato, sono pendolare, sto al PC tutto il giorno in un lavoro con una carriera limitata. Faccio parte del gregge degli anonimi.
Posso dirti questo: io sono stato un atleta, vero. A 18 anni smaltivo carichi di lavoro che farebbero impallidire 30enni fissati con l’IronMam. Io, gli altri. Senza fiatare.
Ho provato sulla mia pelle il superallenamento, quello vero e non le cazzate che si sentono in palestra, quello con la depressione e il sangue senza ferro, quello che non ti fa dormire.
Ho sentito dentro di me la sensazione di onnipotenza quando vinci qualcosa di grosso e non la garetta sotto casa, quando ottieni qualcosa che gli altri non possono avere e che ti invidiano, quando corri facile e disintegri la pista con tempi da paura per i normali esseri umani che non possono fare altro che guardarti. E’ orgasmica, indescrivibile.
Ho avuto contatti con Società che mi volevano, proposte di contratto, soldi anche se pochi. Ho sentito dire che avrei avuto possibilità di migliorare, che eliminando i difetti i centesimi sarebbero scesi di brutto, ho avuto richieste di essere allenato dai nomi che andavano di moda ai miei tempi, intorno a me.
Ho subito anche io il fatto di esistere perché corri, il sapere che la corsa è tutto quello che ti qualifica come essere umano. Per periodi limitati, ma è stato bruttissimo. Un infortunio e tu sei nulla, assolutamente nulla. Sparisci dal piano della Realtà. Perché non puoi correre, non puoi fare l’unica cosa che dà un senso alla tua vita, perciò non esisti.
Però, sono stato fortunato. Perché di fortuna si deve parlare: ho sempre avuto chiaro che i miei risultati erano ottimi, ma non tali da farmi fare il salto per entrare nel giro della Nazionale, nemmeno come riserva nella 4×100 o 4×400. 10”4 come ci allenavamo poteva valere un 10”3, il record Toscano? Forse si, forse no, ma sarebbe stata una possibilità. E con le bombe? Ho sempre avuto chiaro che le bombe mi avrebbero spinto a 10”1. Direi un 10”40 elettrico come picco di un anno. Fantastico.
Poi? Sarei stato sempre un gregario. Inutile perderci tempo.
Invece, i miei obbiettivi sono sempre stati molto realistici. Avevo il sogno di un ragazzino di 14 anni che vorrebbe vincere i Giochi della Gioventù Provinciali (Provinciali, eh…), a 17 ce l’ho fatta. Poi avrei voluto vincere i Campionati Toscani Junior come i miei amici, l’ho fatto, più volte. E i Campionati Toscani Assoluti, fatto anche questo. Infine, avrei voluto fare il militare in un gruppo sportivo, senza chiedere raccomandazioni e facendo tutto per merito, con le mie mani. Ce la feci, e partii nel mezzo dell’università.
Questa è la mia storia. Obbiettivi mediocri, per te, ma fattibili. E adesso io non ho rimpianti. Dopo il militare smisi di correre, perché il ciclo era finito.
Avevo corso per due anni con una doppia tenosinovite agli achillei, dolorosissima. Fisioterpia, infiltrazioni, medicine. L’anno prima di partire militare passavo anche 4 ore con il ghiaccio appiccicato ai tendini, mentre studiavo. Anche oggi ci sono mesi interi che zoppico a destra e mi è impossibile correre dato che ho dolori anche con la cyclette. Dovrei operarmi, farmi raschiare le guaine, fare un mese di gambaletti di gesso, la fisioterapia. Qualche mio amico l’ha fatto, ma io non ne vedo il motivo. Per cosa?
Sài… mi piace quando zoppico. Perché mi ricorda quanto sono fortunato, senza rimpianti, senza voler fare il tecnico per rimanere nell’ambiente, senza raccontare dei bei tempi. Sento male, e mi crogiolo nel mio dolore, perché è un dolore senza conseguenze, non crea ansie, non mi sveglio più per sapere se le medicine hanno fatto il loro corso e l’indomani potrò iniziare a pianificare i nuovi allenamenti. E’ quasi 20 anni che sono infortunato, e ogni mattina mi sveglio e zoppico fino alla doccia, contento.
La capacità di autovalutazione mi ha salvato. Non solo dal doping, ma principalmente dal pormi degli ideali irraggiungibili. Il doping sarebbe stata una possibile conseguenza. Sono stato fortunato perché non ho mai dovuto scegliere. Non è stato il senso del “bene” o chissà quale ideale, né la paura del rischio. Semplicemente, non ho ritenuto necessario doverlo fare per quello che mi interessava. Sono convinto che, nel caso, io che mi facevo il muscoril intramuscolare da solo, non avrei esitato. Perché io sono un atleta, nel bene e nel male. Ma, ripeto, per cosa? Per una maglia in Nazionale? Per correre per una società forte del Nord? Per 300.000 lire di rimborsi spese a meeting. Ma dài…
Ho rivisto a distanza di anni degli amici della pista, si ricordavano a memoria tempi, allenamenti, risultati di gare, con quell’occhio un po’ assente tipico di chi ricorda momenti piacevoli ma con una punta di tristezza. A me non è mai successo, e ne sono felice.
Ho avuto delle ricadute dai 23 ai 40 anni, un po’ quelle cose in cui ti senti vecchio come un coglione, un po’ perché io sono un… atleta. Facile prendere la vita come un atleta e far debordare una semplice passione a gara. Ogni volta che ho avuto una recidiva, mi sono infortunato da qualche parte. Poco, non tenosinoviti, microfratture, strappi, contratture, sangue sballato come allora. Però sono riuscito a lesionarmi l’articolazione sacroiliaca sinistra (non sapevo nemmeno della sua esistenza) e a strapparmi un bel po’ di pettorale e altri due muscoli, a sinistra.
Penso che l’”atleta” sia una bestia votata al sacrificio, che si compiace del dolore, con una determinazione ed una capacità di sopportazione che pochi riescono ad avere. Determinazione che sfocia nell’ossessione, amorale nella sua passione, egoista, narcisista. Se non fosse così non potrebbe fare quello che fa. Però, fondamentalmente, è una persona stupida. Perché questo è il risultato finale, la stupidità. Vincere, perdere, sono due equilibri instabili. Se vinci, se ottieni, allora il resto non conta, perché chi vince ha sempre ragione. Se non vinci, se non ottieni, per tutto quello che fai sei stupido. E basta.
La stupidità deriva dalla presunzione, necessaria e glorificata se vinci, ma deleteria quando perdi, perché solo la stupidità della presunzione fa si che gli atleti non capiscano quando non si ha la stoffa ed è bene dire basta, e solo la stupidità della presunzione fa si che gli atleti ingurgitino di tutto senza nemmeno capire quello che stanno facendo, senza nemmeno sapere il nome dei prodotti, i dosaggi, i protocolli.
La stupidità non è nel doping, ma nel doparsi senza avere coscienza di quello che si fa. Potremmo speculare su questo: forse è la paura che conoscendo quello che si sta facendo non si avrebbe il coraggio di continuare, forse è la cieca fiducia nel preparatore, forse è il delirio di onnipotenza.
La stupidità è doparsi non capendo che il gioco non vale la candela se sei un brocco, e che 10 anni dopo un brocco rimarrà tale, forse con due comparsate in Nazionale o qualche foto al traguardo della maratona di New York. E sarai stato usato, dando soldi a qualcuno che su di te che da idiota non hai capito un cazzo di quello che prendevi ha arricchito il suo portafogli e principalmente la sua esperienza.
In questo, il ruolo degli allenatori e dei preparatori è determinante, perché il ragazzino può essere stupido, ma il preparatore no.
Mah… comunque, io detesto la stupidità, posso comprendere chi compie scelte che non farei, posso anche giustificarlo, posso addirittura rispettarlo. Ma non c’è pietà per la stupidità.
Il saggio impara dai propri errori, il genio da quelli degli altri. Sono stato saggio qualche volta, mai genio. Però mi sono salvato, e oggi sono felice di quello che ho ottenuto.
Spero che tu possa, un giorno, spengere il fuoco che ti divora.
Con affetto.
Paolo

DANGEROUS

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1 Commenti:

Blogger Factory ha detto...

Una lettere molto emozionante, precisa nelle analisi, parte cognitiva ed emotiva in te dialogano bene.Le parti dove descrivevi nel dettaglio gli infortuni mi hanno fatto venire rabbia. Questi mancano alle ossessioni di Acido. Purtroppo non ci sarà un Acido 2...

7 gennaio 2009 17:13  

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